Le cose collidono #1
Di cosa parlo quando non parlo di libri - Storia di una frattura
Piccola premessa:
Questo testo nasce dalla mia voglia di guarire. Perché parlare del dolore è la cura. Dal sottotitolo capirete che non si parla di libri, ma qualcuno di voi potrà percepire dalla citazione che in un qualche modo di libri parlerò sempre.
Storia di una frattura è il titolo dell'album fotografico che ho nella mia galleria. Sei mesi di riabilitazione, cinque se contiamo che il primo l'ho passato quasi immobile.
Come avrete capito anche da qualche altra nota sparsa qua e là, una stupida caduta dalle scale si è trasformata in una frattura scomposta e pluriframmentaria della tibia.
Spoiler: non si urla quando ci si rompe una gamba, quello avviene dopo.
Ma perché vi racconto questa storia nella rubrica "le cose collidono"? Certo, un po' perché il mio macabro senso dell'umorismo mi diceva "beh cosa collide di più di una gamba che si rompe?", un po' perché mi sono resa conto che più ne parlo in modo reale più accetto quanto assurda è stata la mia reazione.
Ad oggi, dopo tre anni, ancora sono convinta che mi sia autosabotata alla ricerca di un riposo forzato. Alle prese con svariati progetti, poco tempo per me e le persone al mio fianco, continuo a credere che il mio inconscio (che per comodità chiameremo Es) abbia deciso di fermarmi, a suo modo, di mettermi i bastoni tra le ruote, o gambe che dir si voglia. Che poi questi bastoni fossero di ferro è un altro discorso.
Ed ecco che arrivano le prime collisioni. Mondo esterno ed Es non sono in sintonia, qualcosa non quadra. Io li sentivo suonare quei campanelli di allarme, lo vedevo quel muro che si ergeva piano piano davanti ai miei occhi, eppure volevo sbatterci la testa a tutti i costi.
"Fermati" mi dice Es, ma io non lo ascolto.
"Fermati, ti ho detto. Non puoi correre verso quella direzione, devi cambiare strada" mi dice ancora, ma per me è una vocina talmente lontana da sembrare un soffio nel vento.
"Non vuoi fermarti? Mi dispiace, agirò io per te" CRACK
Così, mentre fingo di cadere dalle nuvole (più poetico che dalle scale) il mio cervello non si spiega come sia potuta accadere una cosa simile. In sei mesi ho pianto tre volte, a dimostrazione del fatto che avevo deluso Es. Amici e conoscenti non vedevano un briciolo di tristezza e autocommiserazione da parte mia, e sinceramente nemmeno io. Non so come si faccia ad essere tristi, perché tutte le situazioni brutte che mi sono capitate nella vita le ho prese a pugni con il sorriso e l'ottimismo. Il crollo emotivo che successivamente ho avuto ne è stato la prova.
La prova che le cose collidono, si spaccano, si rompono, di spezzano, e si frantumano in mille pezzi causando danni irreparabili (sì, sto parlando anche della mia gamba), e che il dolore va affrontato, accolto e capito, non respinto e messo all'angolo.
Le cose collidono, e continueranno a farlo sempre. È l’impatto che va visto con uno sguardo più ampio.



Grazie per aver condiviso la tua storia, scritta con una sottile ironia che invita a riflettere su come a volte non ascoltiamo noi stessi e su come reagiamo o cerchiamo di reagire mostrando carattere, cercando di mitigare o nascondere il dolore, la tristezza di ciò che è accaduto e delle conseguenze che si ereditano senza possibilità di ribellarsi. Non sempre è possibile evitare la collisione di più situazioni perché non sempre dipendono direttamente da noi, ma sono riflessi altrui che a volte ci travolgono perché siamo sulla strada. Ciò che ci rende forti è la capacità di reagire a queste situazioni e, con il tempo, di raccontarle non come disavventure, ma come eventi di svolta della nostra vita. Iscritto in attesa della puntata #2, l’evento è passato e credo ci saranno nuove puntate dove magari racconterai il percorso montato (alti e bassi) da quando è successo fino a oggi che parli.